USA E TERRORISMO ISLAMICO

Perché gli USA fanno azioni militari in contrasto con la guerra al terrorismo islamico?Quale utilità hanno avuto, rispetto all’obiettivo dichiarato di contrasto al terrorismo islamico, gli attacchi degli stati uniti a Afghanistan, poi all’Iraq, all’Egitto, alla Libia? Le conseguenze reali non sono state quelle di creare le condizioni effettive per farlo crescere eliminando regimi che in qualche modo ne ostacolavano e trattenevano lo sviluppo? Non era tutto così banalmente prevedibile, vista la precarietà degli equilibri tra etnie, clan e confessioni che caratterizzavano quegli stati? A rigore di logica la prevedibilità degli eventi non ci fa pensare che fosse tutto semplicemente e cinicamente previsto piuttosto che causato da una totale stupidità?

Quali sarebbero state le conseguenze, anche alla luce di ciò che è accaduto successivamente, se avessero avuto buon esito i tentativi di attacco all’Iran e alla Siria? Che effetto hanno avuto gli attacchi alla Serbia e come si conciliano con la lotta al terrorismo islamico? E allo stesso modo che senso può avere oggi per la lotta al terrorismo islamico l’attacco alla Russia che passa dall’Ucraina? appare evidente, o almeno logico, che si tratti non di azioni e obiettivi coerente con la lotta al terrorismo, ma di strumenti di una strategia antica e semplice da comprendere: divide et impera. Possibilmente, ma non necessariamente, traendo qualche profitto immediato dalle distruzioni, conquiste, occupazioni del territorio.

Ma poiché questa vecchia strategia è sviluppata non da parte di un impero bensì da parte di un agglomerato sociale imperialista e governato al proprio interno unicamente da automatismi economici, i risultati non sono duraturi e non saranno sempre scontati.

Potranno capovolgersi dal punto di vista strategico. Una variabile è sicuramente l’Europa, che pur avendo aderito a questi attacchi per motivi diversi dal bene comune dei suoi cittadini, per automatismi impersonali o per timori personali di politici senza visione di lungo periodo, è evidente che non ha e non avrà alcun vantaggio. Era evidente dall’inizio di ciascuno di queste azioni finalizzate al disordine che in un modo o nell’altro si trattava di azioni autolesioniste per i popoli d’Europa, ma, con l’aiuto organizzato dei media e in assenza di un’elite, gli europei in parte non hanno proprio capito, in parte hanno finto di non capire. Qualcuno continua a fingere di non capire per il timore di doversi poi assumere la responsabilità di reagire. Ma si tratta in ogni caso di un errore strategico in quanto appare evidente il rischio che la strategia americana sia di breve periodo e destinata a risultati insoddisfacenti per gli USA.

Il recente cambiamento di strategia americana rispetto all’Iran non testimonia un cambiamento strategico complessivo ma unicamente una scelta dettata da motivi contingenti e dalla necessità di concentrarsi su diverse priorità.

Sarà necessario presto per l’Europa acquisire una maggior consapevolezza e una posizione chiara di fronte alla strategia americana per evitare che la sua crisi e le sue difficoltà rendano impossibile una soluzione soddisfacente per i popoli europei.

Per questo crediamo sia necessario e urgente riconoscere la necessità che l’Europa mediterranea, l’Europa centrale e la Russia hanno motivi di collaborazione e aggregazione culturali e socio economici che devono trovare una efficace e costante applicazione.

Allo stesso modo è necessario che l’Europa mediterranea sviluppi un costante dialogo e collaborazione con i popoli islamici del mediterraneo, approfondendo tutti i motivi di dialogo culturale, morale e tradizionale, ostacolando insieme e nel comune interesse gli antagonismi e estremismi di terroristici islamici che agiscono contro l’interesse di entrambi favorendo piuttosto l’imperialismo americano e che, al di là della retorica, favoriscono chiaramente la perdita dell’identità islamica tradizionale a favore della crescita della spersonalizzazione tecnologica moderna.

Infine è necessario un dialogo culturale oltreché economico con tutti i popoli dell’estremo oriente, prima che ciò sia reso impossibile da una prevedibile azione americana di intervento nell’area.

Fingersi ancora a lungo sciocchi e distratti amici degli USA, incapaci di ostacolarne le scelte internazionali rispetto ai propri interessi, non porterà risultati di pace superiori a quelli che si otterrebbero con una posizione di contrasto calibrata, equilibrata, dosata a seconda delle esigenze affiancata da una retorica di pacificazione altrettanto efficace di quella sviluppata nel mondo dagli Stati Uniti.

L’attacco che presto gli USA saranno costretti a portare nelle aree dell’estremo oriente, a partire da quello alla Corea del Nord, ci costringerà a scelte chiare in tempi piuttosto rapidi.

 

 

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