Raggi e Marra

O si affronta seriamente il problema della selezione degli amministratori della cosa pubblica che devono essere onesti non solo perché non rubano ma anche perché sono capaci, efficienti e consapevoli, oppure tutto si risolverà in un bailame di retorica e in un bagno di vanità piccolo borghese.

Non capisco perché non si affronti il problema di fondo: perché la Raggi ha scelto e difeso collaboratori come Marra? Non credo che sia per strani giochi di potere, per frequentazioni passate e trasversali o per chissà quali motivi occulti. Temo che la causa sia più semplice e desolante al tempo stesso: la signora, non essendo all’altezza del suo ruolo e dei suoi compiti operativi, si è affidata a signori che conoscevano la macchina dell’amministrazione, riflettendone e incarnandone tutti i difetti. Per paura di non saper guidare il bus trasandato della res publica capitolina e di andare a sbattere alla prima curva, la signora ha preferito prendersi un autista sgangherato ma almeno in grado di accendere il motore e di arrivare al deposito dei mezzi, piuttosto che perseguire l’obiettivo di riparare il motore.  D’altra parte per fare le rivoluzioni non basta desiderarlo o avere buona volontà: bisogna saper fare…

Non c’è politico più disonesto di quello incapace, di colui o colei che desidera ricoprire un ruolo che non gli compete, pur non avendone la capacità.

Che lo desideri per vanità, orgoglio, presunzione o avidità di potere poco importa. Disonesto non è solo colui che ruba risorse della comunità ma colui che vuole ricoprire ruoli di potere pur non essendo capace di assolvere pienamente e con efficienza ai compiti correlati al ruolo.

Una disonestà ancora più subdola e difficile da riconoscer e smascherare.

Responsabilità per un politico, come per chiunque, è “abilità a rispondere”, capacità di perseguire gli obiettivi con capacità, studio, concentrazione, pianificazione.

 

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Onestà

Io credo, con qualche conferma nella mia esperienza, che coloro che fanno dell’onestà una bandiera e una qualità propria e originale, in genere hanno una natura più incline alla disonestà e alla vanità che non alla sincerità e all’onestà.
L’onestà non deve essere esibita ma, essendo un effetto della consapevolezza, è una condizione naturale, spontanea, non si specchia e non si celebra. Ho sempre diffidenza di chi si dichiara onesto e preferisco chi mantiene dubbi sulla propria onestà, perché più vigile e più attento alle proprie debolezze. Inoltre l’onestà non ha un contenuto univoco. Certamente appropriarsi di risorse di altri uomini o della comunità è un gesto altamente disonesto. Ma anche non impegnarsi adeguatamente nel proprio compito, nell’educazione dei figli, nel lavoro, nel proprio compito nella propria comunità è un comportamento disonesto, per certi versi ancora più immorale perché più ipocrita e subdolo di un furto vero e proprio. Per un politico ad esempio non essere responsabili del bene comune, fare propaganda fine a se stessa, cercare il consenso e il potere senza un progetto chiaro rivolto al bene della comunità è un furto terribilmente dannoso per la società.
Per questo non sopporto i politici che fanno dell’onestà una bandiera, un vessillo e, in definitiva, uno slogan. Preferisco i politici che lavorano sul serio, che studiano, che approfondiscono i problemi concreti che condizionano la vita dei membri della propria comunità, che accettano le debolezze degli altri per correggerle e che non si nascondono dietro un antagonismo di maniera, rivoluzionario nella forma ma debole e ipocrita nella realtà.

Fisiognomica

La fisiognomica è fuori modo, è politically incorrect, è poco scientifica.
Ma ha fondamenti attendibili. Forse non è possibile dare evidenza scientifica sui risultati ma direi che i risultati sono attendibili rispetto alle attitudini caratteriali e alle qualità morali (non quelle dichiarate o formalizzate ma quelle endemiche). Per fisiognomica però non intendo solo i tratti del viso e del corpo. Ma anche la postura, il colore e tono della voce, lo sguardo.
Vedo molto politici che ultimamente si presentano e propongono come persone oneste, paladini di onestà, di purezza interiore, di sincerità. Al di là del fatto che per sua natura l’onestà non può essere esibita e che le persone oneste non considerano l’onestà una qualità particolare ma una condizione naturale di ogni uomo con un po’ di consapevolezza, l’onestà essenziale per un politico è quella di riconoscere la propria capacità rispetto al proprio ruolo. Devo dire che molti di questi esibizionisti di onestà con la loro fisiognomica, tono di voce, sguardo, postura esprimo tutt’altro che onestà. Esprimono al contrario vanità, avidità, egoismo. Le parole mascherano la realtà, vogliono manifestare il contrario di ciò che traspare chiaramente dal loro corpo, specchio della loro anima.
Certo la fisiognomica è fuori moda. Ma per le menti libere è comunque qualcosa da approfondire…

Ricchezza e povertà

A cosa serve la ricchezza? Per la natura e il buon senso le risorse materiali servono a restare in vita e a garantire la stessa possibilità alla propria progenie.
Per la nevrosi che pervade la società e che caratterizza la struttura antropologica dell’uomo occidentale, la ricchezza è molto di più e finisce per coincidere con la conferma di un’identità. Più sono ricco e più so di esserci e poi so di essere qualcosa o qualcuno. Ma chi? Più produco mezzi materiali e più ha senso la mia esistenza. Più invidia procuro e più gli altri mi confermano che sono degno di nota e che esisto veramente. Che io sono io e non un altro. Più sono ricco e meno domande terribili mi farò sull’orror vacui del mio io e dei suoi doppi.
E’ inutile evidenziare quanto ciò sia solo nevrosi e non altro.
In questa posizione è evidente che la ricchezza è solo una definizione relativa. Non è importante quanto i mezzi materiali a mia disposizione siano consistenti e adeguati a procurare a me e alla mia progenie una esistenza sicura o piacevole dal punto di vista delle condizioni materiali, ma unicamente quanto la mia ricchezza sia superiore o inferiore a quella degli altri individui.
Una posizione per definizione relativa, inconsistente e impossibile da quantificare.
Appunto, una nevrosi.
Fatto sta che ogni volta che si parla di crisi sociale dell’occidente, di impoverimento della classe media, e di crescita delle diseguaglianze sociali nessuno ha il coraggio di riconoscere che si parla di nevrosi. Nevrosi del povero ricco (erede o artefice poco importa) che, senza identità, senza aspirazioni interiori, senza qualità, senza senso, è gratificato da un conto in banca consistente o da una casa piena di lussi ininfluenti rispetto alle necessità di una sussistenza minima o anche dignitosa. E trova conferme della propria esistenza nel fatto che altri individui invidino o ammirino la sua ricchezza. Ma nevrosi anche del povero povero occidentale che, pur avendo a disposizione i mezzi materiali per dare sussistenza al proprio corpo o in qualche caso anche per condurre un’esistenza dignitosa, invidia il povero ricco, o invidia chi è meno povero di lui o comunque considera la ricchezza un obiettivo significativo.
La mia attenzione, come quella di chiunque abbia un minimo di buon senso, non va ai nevrotici ricchi o poveri ma a chi non ha veramente a disposizione le risorse materiali per restare in vita e dare sicurezza minima alla propria sussistenza. L’impoverimento della classe media occidentale va di pari passi, negli ultimi decenni, con l’aumento percentuale del numero di individui che escono dal rischio di morire a causa della povertà. La povertà che mette a rischio la vita deve essere combattuta con ogni mezzo. Chiunque, consapevolmente o meno, mette sullo stesso piano la disuguaglianza economica tra individui con la povertà vera che mette a rischio la sopravvivenza, o è un cretino o è in malafede. Purtroppo negli ultimi decenni, a causa dello spostamento delle produzioni industriali in aree del mondo con alto tasso di povertà vera, la classe media occidentale si è impoverita ma un numero ben superiore di individuo è uscito da un livello di povertà che metteva a rischio la propria vita. Il processo continuerà nei prossimi decenni. Con questo voglio dire che la lotta sociale in occidente tra classe media e ricchi borghesi non è che una lotta tra nevrosi ed egoismo e, sia per necessità biologiche, sia per natura antropologica, non vi è nessuna soluzione possibile.
Chi al momento ha pochi mezzi materiali spero riesca a non annichilire il proprio spirito identificando gli scarsi mezzi materiali a propria disposizione con una perdita di valore e di dignità. I poveri in genere hanno maggiore attitudine alla regalità e alla conoscenza, se valorizzano la maggior possibilità di libertà dalla nevrosi dei soldi. Ai ricchi di mezzi ma poveri di spirito consiglierei di riflettere sulla totale inutilità dei mezzi materiali rispetto alla possibilità di goderne realmente e suggerirei di sfruttare, seriamente e non solo per necessità di immagine o per gratificazione, i mezzi a loro disposizione per permettere a molti altri individui di poter vivere dignitosamente.
E’ importante cercare soluzioni per fare in modo che si riduca il più possibile il numero di individui che hanno difficoltà a sopravvivere a causa di mancanza di mezzi economici. Tutto il resto è nevrosi, egoismo, vanità, stupidità. Poiché la semplificazione impera, la tendenza o il problema della diseguaglianza sociale viene associata, confusa o comunque abbinata alla povertà. Si tratta di due fatti opposti, la crescita della diseguaglianza ultimamente e forse nei prossimi decenni purtroppo (visto che il sistema economico vigente in tutto il mondo si basa sul libero scambio e sulla proprietà privata) corrisponderà alla riduzione della povertà vera, quella che mette a rischio la vita, la salute propria e della propria famiglia. E la mia attenzione e la mia stima va ai poveri veri, non ai nevrotici e agli invidiosi destinati comunque, ricchi o poveri, all’infelicità e all’inesistenza.

Magistrati

La pretesa dei pubblici ministeri di essere a tutti gli effetti considerati giudici, unica condizione per la quale le loro carriere debbano essere comunicanti, è smentita dalla matematica o meglio dalla statistica. Cosa c’entra la matematica con una valutazione rispetto alle carriere dei magistrati, penserete voi. C’entra, eccome, anzi sarebbe interessante capire cosa risponderebbero alla seguente valutazione logica i magistrati stessi. A parte difese retoriche, preconcette, irrazionali, per nulla istituzionali e sostanzialmente egoistiche non so immaginarmi altro. Ecco la considerazione: se la posizione del pubblico ministero fosse la medesima del giudice come si spiega una discrasia nella percentuale statistica del numero di giudizi di condanna rispetto alle richieste di condanna? Semplicemente: se i pubblici ministeri pensano e agiscono come giudici, ovvero cercano la verità giudiziaria, come si spiega che dal punto di vista statistico la percentuale di richieste di condanna rispetto al totale delle cause sia incomparabilmente superiore alla percentuale delle condanne rispetto al totale. E’ evidente che, poiché parliamo di statistica e non di singoli casi, questa è l’evidenza logica e inconfutabile, se non con argomenti irrazionali e ideologici, che statisticamente i pubblici ministeri giudicano (volendoli considerare giudici) colpevoli la quasi totalità degli imputati, a differenza dei giudici che ne assolvono una percentuale considerevole.

Ogni altra considerazione è superflua.