Mancanza di elite

Il livello antropologico della classe politica dei paesi occidentali non è mai stato così basso come oggi: poco intelligenti, molto vanitosi, poco resistenti alle avversità, poco concentrati sull’analisi e la soluzione dei problemi amministrativi, poco interessati a realizzare opere e strutture durevoli e utili alla comunità, aggrappati al consenso, affascinati dall’esercizio del potere fine a se stesso, privi di cultura filosofica, spesso persino privi di cultura politica, con poco stile, privi di una visione del mondo, privi di capacità e di strumenti di analisi degli scenari attuali e futuri, privi di autonomia di giudizio.
Non che in passato gli uomini che hanno spesso esercitato il potere politico delle società occidentali sia stato completamente immune da queste caratteristiche antropologiche negative, ma oggi sono le uniche caratteristiche evidenti che caratterizzano l’operato dei politici.
Ciò non è altro che uno dei segni della decadenza dei popoli dell’occidente, piuttosto che una delle sue cause.
D’altra parte persino il termine “livello antropologico” è un tabù: un’idea fasulla di democrazia e un malinteso senso dell’uguaglianza tra gli uomini hanno soppiantato una sana modestia e la capacità di giudizio collettivo sulle capacità individuali. E così da un lato chiunque si sente in diritto di esercitare il potere politico solo perchè lo sente come “desiderio”, a prescindere dalla propria responsabilità, intesa come “abilità a rispondere” a ciò che il bene della propria comunità richiede. Dall’altro la comunità non sa più giudicare e scegliere i propri capi naturali, guide che possano portarli in nuove terre, trovare un punto di passaggio sul fiume, guidarli in luoghi sicuri piuttosto che a difendersi efficacemente da eventuali nemici.
Nessuno rinuncia a dire la sua, non perchè abbia qualcosa di significativo da dire, non perchè prima di dire qualcosa l’abbia almeno pensata, ma solo per il desiderio di esercitare un diritto di parola. Così chi ha più capacità si ritira in buon ordine dalla cosa pubblica, stanco o deluso dalla diffusa mancanza di giudizio e di buon senso, e preferisce dedicarsi al bene della propria famiglia o di progetti privati. L’azienda in questo senso diventa spesso l’ambito e l’occasione per persone capaci di esercitare e mettere all’opera le proprie capacità e abilità.
E lo stesso avviene per artisti, scienziati, studiosi, artigiani e contadini che si dedicano con impegno e dedizione a sviluppare progetti, strutture, colture.
Ciò non significa che sempre e comunque gli imprenditori, gli artisti. gli studiosi e i contadini siano uomini di un livello superiore rispetto ai politici o a chi si dedica alla ricerca del consenso pubblico. Ma certamente in occidente è aumentato a dismisura il divario tra l’esercizio del potere politico e la capacità di esercitarlo e le risorse migliori sono dedicate ad altri ambiti.

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Ateismo

L’ateismo, dal punto di vista epistemologico, è una professione di fede priva della potenza della fede cristiana.

Presuppone la fede nel fatto che la realtà si esaurisca nel discorso sulla realtà, nella conoscenza scientifica o negli schemi logici in cui si articola il discorso o nelle fantasie in cui si cristallizza il nostro ego. L’idea di una realtà oggettiva distinta dalla nostra osservazione è pura fantasia. Chiunque, con spirito di conoscenza e non per puro desiderio di evasione o di divagazione, vada più a fondo nella genesi psichica del linguaggio o si pone di fronte all’esperienza con spirito di ascolto e osservazione fenomenologica, o anche solo sospende ogni giudizio e lascia aperta la possibilità dell’esperienza, libero da schemi, pregiudizi, frenando l’abitudine meccanica della mente, mutuata dalla bocca e della lingua, a formulare discorsi e quella, conseguente, della mente a formulare pensieri e giudizi, ha chiaro che la realtà ha una natura misteriosa e silenziosa e che lo spazio e il tempo non sono criteri definitivi di conoscenza. L’ateismo dunque è una contraddizione e, prendendo il lato peggiore della fede ovvero il suo aspetto consolatorio di fronte all’abisso dell’inconoscibilità della realtà, ha trasformato la fede religiosa in un fideimo povero di fantasia, bigotto, schematico e banale,  stampella psicologica per individualisti piccolo borghesi, bisognosi di definire i limiti della realtà confondendola con le nostre definizioni e discorsi sulla realtà. Non trovo nessuna differenza antropologica tra questi bigotti della ragione scientifica e i bigotti che prendono il Cristo non per aprire la mente e il cuore, non per placare il proprio ego loquace, ma per spiegare e inquadrare la realtà, per rassicurarsi rispetto al destino della decadenza del corpo e in definitiva per consolidare le proprie consuete abitudini mentali. Sui musulmani non so cosa dire ma temo che tra di loro sia più diffuso il fideismo pigro e meccanico rispetto alla fede. Ma non conosco abbastanza per parlarne.

Ateo e bigotto: due cristallizzazioni mentali, con contenuti semantici apparentemente diversi ma identici nella natura e nella struttura. Verità per deboli di spirito.

Sessualità

Dal punto di vista fenomenologico la sessualità è individuale, perchè infinitamente varia la possibilità di mix di femminilità e mascolinità.

Ma nella vita che ci è data da vivere, gli individui normalmente si identificano in un solo genere sessuale: gli uomini in quello maschile e le donne in quello femminile.

Lo facciamo per corrispondenza ai nostri archetipi culturali e linguistici, per corrispondenza al nostro corpo fisico e simbolico, per assenza di particolari cristallizzazioni o fissazioni.

E’ una buona cosa per gli individui e per la specie.

Per questo è una pura credenza priva di sostegno fenomelogico quella di chi ritiene che gli individui attratti dallo stesso genere siano un genere in sè: sono semplicemente individui in cui il mix di femminilità e mascolinità ha formule diverse da quelle naturali o individui nella cui anima o mente (a seconda della profondità della cristallizzazione) si sono cristallizzati pensieri o sentimenti o pulsioni diverse da quelle proprie degli individui con una identificazione naturale.

Quando parlo di naturale non voglio dare nessun connotato morale ma semplicemente indicare cosa, per la natura, è preferibile. Se tutta l’umanità fosse composta da individui attratti da individui dello stesso sesso la specie umana si estinguerebbe. Così come i popoli e nazioni in cui la percentuale di individui attratti da individui dello stesso sesso fosse molto elevata avrebbero un tasso di crescita demografica più modesto o in decrescita rispetto a quelli in cui questa percentuale sia più bassa.

Sarebbero quindi destinati a essere sopraffatti demograficamente da altri popoli.

In generale, se la difesa degli individui attratti da individui dello stesso sesso è sacrosanta ed è inevitabile provare disgusto e disprezzo rispetto all’omofobia, alla violenza, alla aggressività diffusa in alcuni ambienti culturalmente e spiritualmente deboli, non possiamo non comprendere oggettivamente che la retorica gay e tutti i tentativi di diffondere un’idea astratta della sessualità in cui la confusione sessuale sia considerata un genere a se, è semplicemente sciocca, priva di consapevolezza filosofica e fenomelogica. Una battaglia arretrata dal punto di vista culturale, agli occhi di chi ha un minimo di strumenti di comprensione fenomelogica e autentica capacità critica. Una retorica in qualche caso piccolo borghese e in altri aggressiva e totalitaria.  Temo che faccia parte delle strategie con cui la nostra civiltà sta completando la sua opera di autodistruzione e il processo di tecnocrazia totalitaria.

E per questo motivo è probabilmente destinata al successo.

 

68

Non riesco a trovare nulla, nei tratti antropologici di chi aderì al movimento studentesco del 68, che possa essere assimilabile a un tratto rivoluzionario. Mi sembrano piuttosto, nello stile, nelle idee, nell’incoerenza delle loro vite successive, esempi di tipi umani molto modesti, che politicamente e culturalmente definirei “piccolo borghesi”, e antropologicamente tipi vanitosi, volubili, identificati e meccanici nei loro pensieri e comportamenti.  Tutto meno che rivoluzionari.

Omosessualità

L’omosessualità non è una identità più di quanto lo sia l’eterosessualità. Cioè non lo è per niente.

Se una persona è serena mentre fa l’amore con una donna e il suo corpo prova piacere senza fare resistenza e senza dar troppo peso alle inevitabili divisioni mentali che derivano da morale e archetipi culturali e dal vissuto individuale, non sente il bisogno di affermare a se stesso e al mondo che è assolutamente eterosessuale. Non ha bisogno di fare una bandiera del suo piacere e e del suo corpo. Allo stesso modo se a qualcuno piace, sempre o una tantum, far l’amore con qualcuno del proprio sesso, e ama qualcuno del proprio sesso non si capisce perchè questo elemento del vissuto debba diventare il centro del proprio essere. L’identità, se c’è bisogno di affermarla e se diventa il proprio centro interiore e psichico, diventa fissazione. Purtroppo il medesimo fenomeno borghese e individualistico si verifica per pensieri e sensazioni e modi di essere in ambiti diversi da quello della sessualità: così la società borghese ha prodotto i razzisti e i loro contrari, i teppisti e i reazionari, i laici e i bigotti.

Tutti, a diversi livelli mentali e interiori, bisognosi di identificarsi in modo assoluto e schematico, nella loro casella identitaria. Spaventati dal mistero dell’esistenza, dal vuoto e dal pieno della vita, dall’orizzonte della propria nascita e della propria morte, angosciati dalla domanda sul presente.

Noi siamo ben altro rispetto ai nostri pensieri, piaceri, paure e attrazioni sessuali.

Oltretutto nessuno è totalmente maschio o totalmente femmina. Chi si ferma con distacco ad osservarsi vede e sente cose che solo uno sciocco può pensare di semplificare e ridurre a una identità individualistica.

Ma allora perché un omosessuale oggi ha bisogno di essere inquadrato, di mettersi il velo sulla testa e l’abito nuziale? Che sciocchezza banale e piccolo borghese! In culture più evolute o meno involute di quella borghese occidentale possiamo analizzare ben altri livelli di comprensione e capacità di valorizzazione della sessualità.

Altro che evoluzione dei costumi! Direi piuttosto che la retorica gay e ora quella “gender” rappresentano una banalizzazione del sesso e della vita, una semplificazione del reale, espressione del bisogno di gratificazione individualistica e borghese e della paura della complessità della sessualità. Io credo che questo è quello che intimamente pensa un omosessuale in senso tradizionale. Per tutti gli altri sono piuttosto strumenti cinici con cui si combatte la tradizione e la vita naturale, strumenti violenti della morte e della decadenza a cui la nostra civiltà si è condannata.

Assad e Hollande

Trovo insopportabile la retorica pomposa e tronfia, con cui mister Hollande dichiara che Assad non “può” restare presidente perchè in Siria urge la democrazia. Povero Hollande, così banalmente simile a mister Sarkozy, così piccoli borghesi come la maggior parte di chi sta à gauche o à droit, due pupazzetti antropologicamente identici, divisi da dichiarazione di intenti scollate dalla loro reale idea del mondo, due fardelli al vento del consenso e della vanità, due piccoli politicanti che della retorica hanno fatto la loro identità e che fanno finta di non ricordare il casino che la sciocca retorica ha combinato in Libia uccidendo Ghedaffi. Lo stesso Ghedaffi a cui poco prima mister Sarkozy aveva baciato il culo e concesso di accamparsi in place de la Concorde.

Chi decide cosa è democratico per i Siriani? Hollande e mister Obama o il popolo siriano? Se non lo decide il popolo siriano perchè non la chiamano natocrazia o usacrazia o qualcosa di più semanticamente chiaro rispetto al significato? Chiamiamo le cose col loro nome: il bisogno di conquista si chiama solo bisogno di conquista e per nasconderlo, o per vergogna o per pudore o per cinismo, evitino, mister Hollande o mister Obama, di parlare di democrazia e di valori della democrazia. Stronzate senza fondamento logico, storico, antropologico, esistenziale, morale. I morti che la loro retorica ha ucciso e i disastri che la loro piccola strategia ipostorica ha prodotto, sono lì al sole, bianchi e dolorosi e nessun media asservito potrà nasconderli sotto la sabbia. Il tempo in fin dei conti farà giustizia degli eccessi di retorica e in ogni caso, forse a causa anche di questo eccesso di retorica che caratterizza quasi tutti i democratici stati occidentali ad eccezione della Russia, a tutti questi mister democratici, tolleranti a parole e violenti nei fatti, resta poco spazio di manovra. Tant’è che presto Putin interverrà in Siria e allora loro non sapranno cosa fare se non prenderne atto. Sono troppo deboli e stanchi e spero per i popoli d’Europa che il tempo di leader così fatti finisca presto. Credo che sia necessario che le guerre si combattano nuovamente a viso aperto: che una conquista si chiami conquista e non esportazione di democrazia, che quando si bombarda una casa si sentano le urla dei bambini e si veda il loro sangue schizzare almeno sul video se non sulla pelle dei mister democratici, e che si smetta di dare in pasto al popolo immagini e video asettici e privi di dolore per far sì che la percezione del dolore della guerra lasci il posto a una masturbazione lenta e distratta. Attenzione: non è una buona strategia neppure dal punto di vista militare e tattico perché quando la guerra sarà in occidente non saremo più abituati al dolore che comporta.

Responsabilità come capacità di rispondere

Non c’è il minimo dubbio che uno dei problemi che caratterizza lo stato italiano sia una forte carenza nel “fare”, una dispersività diffusa nella macchina amministrativa, in definitiva una scarsa efficienza, diffusa a tutti i livelli. Ma per risolvere il problema non basta che qualcuno lo voglia risolvere. Bisogna che chi lo vuole risolvere abbia consapevolezza delle cause antropologiche e meccaniche del problema e soprattutto sia a sua volta efficiente e responsabile. Cioè capace di rispondere oltre che volenteroso.

Altrimenti il danno che si crea sarebbe ancora peggiore del problema evidente, cioè scoraggerebbe definitivamente i pochi che, nel loro ambito, sarebbero effettivamente, culturalmente, antropologicamente e biologicamente “capaci di rispondere” se fossero organizzati e pianificassero un’azione risolutiva.

 

Retorica come condizione

La retorica è uno dei segni più caratterizzanti della modernità. Viene da lontano ma in forme più raffinate e elaborate rispetto alla banale incapacità di autosservazione, al bisogno spasmodico di consenso e approvazione, alla totale mancanza di astrazione, alla semplificazione nei giudizi.

Sempre di più la retorica, da essere uno strumento, è diventata una condizione, una necessità di sopravvivenza per chi non ha più strumenti di analisi e di elaborazione del reale.

EUROPA

Purtroppo non esiste ancora tra i popoli d’Europa una consapevolezza diffusa degli elementi di identità europea.

Rispetto ai molti elementi che li uniscono sono ancora prevalenti elementi culturali, sociali e morali che causano inevitabili incomprensioni tra di loro.

Una delle principali cause di ciò è sicuramente la differenziazione profonda che caratterizza l’approccio esistenziale cattolico rispetto a quello riformato.

I tedeschi in particolare sono stati plasmati dalla visione del mondo di Lutero, con tutto il suo carico escatologico, salvifico, schematico e, in definitiva, nevrotico, dal quale deriva la loro rigidità esistenziale, il loro senso di inadeguatezza, il conseguente bisogno di sentirsi migliori degli altri e predestinati da dio, il loro bisogno psicologico di regole e di organizzazione, la loro necessità di schemi semplici per la comprensione del reale, la loro frustrazione esistenziale. D’altra parte il processo di formazione antropologico e di differenziazione dei tedeschi parte da lontano e da molto prima di Lutero: se a Teutoburgo Varo non avesse perso la sua legione e se la Germania avesse avuto la fortuna di assimilare nei secoli successivi la cultura e civiltà romana, non ci sarebbe stata neppure la riforma e poi a seguire il nazismo.

Gli imperatori di stirpe germanica hanno provato ad unire ciò che era rimasto diviso. Ma presso i loro popoli originari troppe erano le differenze e nel frattempo anche l’Europa romana aveva assimilato nuovi elementi di differenziazione. Nel cattolicesimo, oltre all’eredità romana e imperiale, si erano introdotte forze disgreganti, elementi di rottura rispetto alla visione romana, la perdita del senso naturale dell’ordine, dell’efficienza e del bene della res publica.

D’altra parte così è stato e non è detto che ciò che è rimasto diviso si possa riunire, nonostante che ora la necessità di superare le differenze profonde e avvicinare, come molti dei suoi uomini migliori hanno sempre fatto, la Germania al resto d’Europa sia evidente a chi ne ha a cuore la sopravvivenza.

Non è detto che accada se ci si ostina ad usare come strumento di unità una retorica politica vuota e lontana dalla realtà e priva di riferimenti antropologici o il bisogno economico.

Anzi è probabile che la capacità strategica di altri popoli con interessi in contrasto con quelli europei, quali quello americano e cinese, permetta loro di sfruttare a lungo l’ottusità e mancanza di visione dei tedeschi, la disorganizzazione e individualismo degli italiani, greci e spagnoli e la retorica illuminista dei francesi per impedire la nascita di un’europa politica e profondamente unita.

 

 

 

USA E TERRORISMO ISLAMICO

Perché gli USA fanno azioni militari in contrasto con la guerra al terrorismo islamico?Quale utilità hanno avuto, rispetto all’obiettivo dichiarato di contrasto al terrorismo islamico, gli attacchi degli stati uniti a Afghanistan, poi all’Iraq, all’Egitto, alla Libia? Le conseguenze reali non sono state quelle di creare le condizioni effettive per farlo crescere eliminando regimi che in qualche modo ne ostacolavano e trattenevano lo sviluppo? Non era tutto così banalmente prevedibile, vista la precarietà degli equilibri tra etnie, clan e confessioni che caratterizzavano quegli stati? A rigore di logica la prevedibilità degli eventi non ci fa pensare che fosse tutto semplicemente e cinicamente previsto piuttosto che causato da una totale stupidità?

Quali sarebbero state le conseguenze, anche alla luce di ciò che è accaduto successivamente, se avessero avuto buon esito i tentativi di attacco all’Iran e alla Siria? Che effetto hanno avuto gli attacchi alla Serbia e come si conciliano con la lotta al terrorismo islamico? E allo stesso modo che senso può avere oggi per la lotta al terrorismo islamico l’attacco alla Russia che passa dall’Ucraina? appare evidente, o almeno logico, che si tratti non di azioni e obiettivi coerente con la lotta al terrorismo, ma di strumenti di una strategia antica e semplice da comprendere: divide et impera. Possibilmente, ma non necessariamente, traendo qualche profitto immediato dalle distruzioni, conquiste, occupazioni del territorio.

Ma poiché questa vecchia strategia è sviluppata non da parte di un impero bensì da parte di un agglomerato sociale imperialista e governato al proprio interno unicamente da automatismi economici, i risultati non sono duraturi e non saranno sempre scontati.

Potranno capovolgersi dal punto di vista strategico. Una variabile è sicuramente l’Europa, che pur avendo aderito a questi attacchi per motivi diversi dal bene comune dei suoi cittadini, per automatismi impersonali o per timori personali di politici senza visione di lungo periodo, è evidente che non ha e non avrà alcun vantaggio. Era evidente dall’inizio di ciascuno di queste azioni finalizzate al disordine che in un modo o nell’altro si trattava di azioni autolesioniste per i popoli d’Europa, ma, con l’aiuto organizzato dei media e in assenza di un’elite, gli europei in parte non hanno proprio capito, in parte hanno finto di non capire. Qualcuno continua a fingere di non capire per il timore di doversi poi assumere la responsabilità di reagire. Ma si tratta in ogni caso di un errore strategico in quanto appare evidente il rischio che la strategia americana sia di breve periodo e destinata a risultati insoddisfacenti per gli USA.

Il recente cambiamento di strategia americana rispetto all’Iran non testimonia un cambiamento strategico complessivo ma unicamente una scelta dettata da motivi contingenti e dalla necessità di concentrarsi su diverse priorità.

Sarà necessario presto per l’Europa acquisire una maggior consapevolezza e una posizione chiara di fronte alla strategia americana per evitare che la sua crisi e le sue difficoltà rendano impossibile una soluzione soddisfacente per i popoli europei.

Per questo crediamo sia necessario e urgente riconoscere la necessità che l’Europa mediterranea, l’Europa centrale e la Russia hanno motivi di collaborazione e aggregazione culturali e socio economici che devono trovare una efficace e costante applicazione.

Allo stesso modo è necessario che l’Europa mediterranea sviluppi un costante dialogo e collaborazione con i popoli islamici del mediterraneo, approfondendo tutti i motivi di dialogo culturale, morale e tradizionale, ostacolando insieme e nel comune interesse gli antagonismi e estremismi di terroristici islamici che agiscono contro l’interesse di entrambi favorendo piuttosto l’imperialismo americano e che, al di là della retorica, favoriscono chiaramente la perdita dell’identità islamica tradizionale a favore della crescita della spersonalizzazione tecnologica moderna.

Infine è necessario un dialogo culturale oltreché economico con tutti i popoli dell’estremo oriente, prima che ciò sia reso impossibile da una prevedibile azione americana di intervento nell’area.

Fingersi ancora a lungo sciocchi e distratti amici degli USA, incapaci di ostacolarne le scelte internazionali rispetto ai propri interessi, non porterà risultati di pace superiori a quelli che si otterrebbero con una posizione di contrasto calibrata, equilibrata, dosata a seconda delle esigenze affiancata da una retorica di pacificazione altrettanto efficace di quella sviluppata nel mondo dagli Stati Uniti.

L’attacco che presto gli USA saranno costretti a portare nelle aree dell’estremo oriente, a partire da quello alla Corea del Nord, ci costringerà a scelte chiare in tempi piuttosto rapidi.